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Elenco dei soci ordinato
per provincia:


 

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Aggiornato 25 giugno 2010

Incontro Gemmologico

9 Maggio 2010

 

 

 



LA  TANZANITE DI MERELANI
 
 

 
Questo breve excursus sulla tanzanite di Merelani, parte dalla geologia della mineralizzazione, segue con la storia estrattiva piu’ recente, e si chiude con la lavorazione e distribuzione commerciale di questa gemma unica.
Unica nella complessa genesi geologica che ha prodotto una sola miniera esistente al mondo. Unica, anche, nelle modalita’ estrattive e distributive per la presenza di una multinazionale del colorato, la Tanzanite One. Unica, infine, nella bellezza cromatica, che nelle qualita’ migliori presenta un blu ad alta saturazione, mitigato da una sfumatura viola.

La Tanzanite appartiene alla sottoclasse dei sorosilicati ( silicati a clessidra ), ed è la varietà blu/viola delle zoisiti. Densita’ tra 3,15 e 3,36 birifrangente biassica positiva è tricroica nel blu, viola e giallo/marrone quando non trattata termicamente. Unici punti di debolezza, una durezza nella scala di Mohs tra 6 e 7, e una sfaldatura parallela al piano (100) a volte pericolosa.
 
Ma dov’è Merelani? Siamo nella Tanzania settentrionale, regione di Arusha, prossimi al confine con il Kenya. Altri due piccoli ritrovamenti di qualita’ non gemmifera, sono nelle montagne Uluguru (Tanzania centrale) e nella regione di Tsavo (Kenya).
Siamo nella parte occidentale della montagna di Lelatema a circa 40 Km. a sud/est del monte Meru, e a 60 km. a sud/ovest del piu’ famoso Kilimanjaro. Dall’aeroporto internazionale Kilimanjaro si percorrono circa 15 km. di pista per arrivare al paese minerario di Merelani.
Il deposito, a 3 km. dal paese, è situato in una depressione orientata sud/ovest nord/est ed è suddiviso in quattro blocchi principali A, B, C, D.
 
Litologicamente, questa depressione, è delimitata a sud/est e nord/ovest da marmo dolomitico, ed è costituita principalmente da gneiss grafitici e calcescisti. In colore viola sono rappresentati gli affioramenti di tanzanite.
Se passiamo dagli affioramenti alla sezione geologica del blocco C, scopriamo che tre diverse fasi deformative che cronologicamente vanno da 1000 Ma a 500 Ma fa, hanno moltiplicato la serie litologica con la formazione di strette pieghe isoclinali. Queste pieghe sono delimitate dai marmi dolomitici e costituite al nucleo da gneiss grafitici e calcescisti.
La mineralizzazione a tanzanite, formatasi alla fine della seconda fase deformativa (585+- 28 Ma) è all’interno degli gneiss, segue i fianchi delle isoclinali e si concentra nelle cerniere delle pieghe, che immergono verso nord/est approfondendosi dal blocco A al blocco D. I pozzi minerari, partono dall’affioramento della vena, la seguono lungo i fianchi dell’isoclinale, e arrivati alla cerniera, si trasformano in gallerie che la seguono approfondendosi verso nord/est. (Vedi cartine allegate)
 
Interessante da un punto di vista economico è la storia estrattiva di Merelani: nel 1967 si ha la scoperta della tanzanite, seguita ad un’anno, dal lancio commerciale da parte di Tiffany. Nei tre anni successivi in Tanzania, parte una vera e propria“corsa all’oro” di migliaia di piccoli minatori verso Merelani.
Dal 1971 al 1986 si ha la nazionalizzazione delle miniere con la creazione della parastatale Tanzanian Gemstones Industries e successivamente della State Mining Corporation. Nel 1986 lo stato abbandona la proprieta’ a circa 30.000 piccoli minatori.
Nel 1990 si realizza un cambio di rotta nella politica economica con la privatizzazione dell’estrazione e la creazione di quattro blocchi minerari. Il blocco C, il migliore, viene concesso a una compagnia britannica la Graphtan per l’estrazione di grafite.
Nel 1998 viene promulgato il “Mining Act” (Tassazione al solo 5% dei valori estratti).
Nel 1999 una multinazionale sudafricana la Afgem rileva la concessione.
Nel 2000 iniziano la recinzione e l’estrazione nel blocco C e iniziano anche violenti scontri con morti e feriti tra le associazioni dei piccoli minatori e la sicurezza della Afgem.
Nel 2004 una costola di Afgem, la Tanzanite one, rileva la concessione e viene quotata al London stock exchange.
Infine nel 2005 viene introdotto il sistema di vendita diretta del grezzo a pochi “sightholders” selezionati.
 
Attualmente i blocchi piu’ produttivi sono il blocco C, con una estrazione intensiva a pozzi e gallerie e il blocco D con piccoli pozzi verticali che cercano di reggiungere la vena.
 
I prezzi all’ingrosso in dollari, di gemme sfaccettate di qualita’ alta negli ultimi venti anni sono altalenanti. Un dimezzamento del prezzo è seguito all’attentato alle torri gemelle dell’undici settembre 2001 dopo un articolo pubblicato sul Wall street journal che ipotizzava una connessione tra Al Queda e il commercio di tanzaniti. Ne segui’ la sospensione degli acquisti da parte dei dettaglianti Usa, primo mercato mondiale.
Un’altra caduta del prezzo è seguita alla crisi globale di fine 2008. Dalla fine del 2009 i prezzi stanno lentamente risalendo.
 
Diamo uno sguardo ora alle diverse fasi di lavorazione della tanzanite: con tenaglia e martello si eliminano le parti fratturate non utilizzabili.
La preformatura deve sempre precedere il trattamento termico per potere eliminare qualsiasi tipo di inclusione che potrebbe decrepitare. Si esegue privilegiando il fattore peso. Piu’ del 90% delle tanzaniti viene riscaldata.
 
Piu’ del 50% della distribuzione è controllata dalla Tanzanite one che attraverso tre vendite annuali distribuisce il grezzo a otto sightholders (4 indiani 3 americani 1 tedesco).
I minatori indipendenti invece attraverso qualche centinaio di brokers immettono la tanzanite sui mercati di Arusha, Nairobi e Dar e salham.
 Luca Spano’
Socio Collegio Italiano Gemmologi n° 476

Foto 1
 


 

Composizione del nuovo Consiglio Direttivo

per il triennio 2010 - 2012

Presidente - Rinaldo Cusi

Vice Presidente - Loredana Prosperi

Tesoriere - Gianfranco Saccucci

Segretario - Vanda Rolandi

Relatore - Crescenzo Renzullo

Consigliere - Elisabetta Amore

Consigliere - Luca Lucerna

Consigliere - Gualtiero Manzini

Consigliere - Pio Visconti



 Riassunto della relazione del Presidente all'Assemblea.


Il Presidente Rinaldo Cusi, che ha ricordato il 25° anniversario della fondazione del Collegio, ribadendo che in questi anni, che sono passati troppo velocemente, molto è stato fatto e che certamente agli inizi l’organizzazione ha presentato più difficoltà, come accade in tutte le nuove associazioni. Tuttavia, è importante guardare avanti e prefiggersi nuovi obiettivi, perché in questo momento la maggior parte delle associazioni sta perdendo attrattiva e manca il tempo per dedicarsi all’interesse comune.
“Noi siamo orgogliosi della nostra Associazione – ha proseguito Rinaldo Cusi – e dei risultati conseguiti. Ringrazio tutti per la partecipazione, e soprattutto i Consiglieri, i Probiviri e i Revisori dei Conti per il lavoro svolto nel triennio passato.
Sono state quindi illustrate le attività svolte dal Consiglio Direttivo nell’anno 2009-2010.

Il Consiglio si è riunito dieci volte per espletare le incombenze di ordinaria amministrazione, sono stati acquisiti dodici nuovi soci, superando così il numero cinquecento, come assegnazione, all’inizio anno, anche se il numero dei soci paganti rimane compreso tra 320 e 350.
“Un argomento che ha occupato e anche preoccupato il Consiglio – ha sottolineato il Presidente – è stata la legge sulle gemme e sulla certificazione, la cosiddetta legge Mazzocchi, che ancora non si sa quando verrà approvata e soprattutto se verrà approvata. Questa legge è necessaria, ma non deve essere un deterrente per il commercio. Quindi è importante che venga approvata con contenuti favorevoli all’attività della categoria”.

Il Presidente ha voluto quindi ricordare la partecipazione del Collegio a manifestazioni e convegni. “ Siamo stati presenti, con Vanda Rolandi, alle riunioni della  commissione Gemme e Metalli Preziosi dell’UNI e al Convegno FIST (Federazione Italiana di Scienze della Terra), tenutosi a Rimini a settembre 2009”. 

Il Presidente ha quindi dato la parola al Tesoriere Gianfranco Saccucci, che ha illustrato il bilancio consuntivo 2009 e il bilancio preventivo 2010, che hanno ottenuto approvazione unanime dell’assemblea.
E’ stata quindi costituita la commissione elettorale, composta da Banchieri (presidente), Quagliotti e Perali.
Sono state consegnate le schede elettorali e si è proceduto alle votazioni per il rinnovo delle cariche sociali.
Esauriti gli argomenti, l’Assemblea è stata dichiarata chiusa alle ore 10.30.
 
Prima di dare la parola ai relatori delle presentazioni scientifiche, il Presidente sottolinea come i gemmologi, che studiano le minime tracce all’interno delle gemme e svelano gli imbrogli, debbano essere orgogliosi del proprio operato, perché sono ricercatori di verità. L’auspicio è che possano continuare così ed essere costantemente aggiornati.

Quindi Rinaldo Cusi si dedica alla presentazione del nuovo Annuario 2010 “Professione Gemme”, pubblicato per festeggiare il 25° Anniversario delle fondazione del Collegio. “Oltre a contenere l’elenco dei soci iscritti – continua il Presidente – l’Annuario offre una presentazione esauriente sull’uso della spettrofotometria nell’analisi gemmologica, con una ricca documentazione di esempi e di spettri significativi, messa a punto da Vanda Rolandi. Sicuramente non può mancare nella nostra biblioteca. Sono poi riportati articoli sulle gemme italiane, a cura di Loredana Prosperi, un piccolo contributo del Collegio ai 150 anni dell’unità d’Italia”.

Il Presidente conclude leggendo l’inizio della presentazione dell’Annuario, sottolineando la propria amarezza per la mancanza di una legge che riconosca la professione del gemmologo e che ne definisca l’importanza operativa all’interno del mercato delle gemme. Una riflessione che “non vuole essere dettata dal pessimismo, – conclude -  ma dal desiderio di provocare una reazione positiva che ci faccia restare uniti e continuare a batterci per la nostra professione, per non disperderci scoraggiati, ma proseguire in gruppo per contare sempre di più”. Con questo augurio il Presidente lascia la parola ai relatori delle presentazioni scientifiche, di cui presto pubblicheremo qui dei riassunti.
 

Alle 12.30 termina lo spoglio delle schede elettorali e vengono comunicati i nomi dei soci che ricopriranno le cariche sociali per il 2010-2012.

Risultano eletti per il Consiglio Direttivo i soci:

Elisabetta Amore, Rinaldo Cusi, Luca Lucerna, Gualtiero Manzini, Loredana Prosperi, Crescenzo Renzullo, Vanda Rolandi, Gianfranco Saccucci, Pio Visconti.

Risultano eletti per il Collegio dei Revisori i soci:

Anna Bossi, Fabio Cielo, Regina D'Angelo Bet.

Risultano eletti per il Collegio dei Probiviri i soci:

Vincenzo de Michele, Gigliola Mangiagalli, Paola Vaccari.

 


Notizie brevi dal GIA

Identificazione dei diamanti neri irradiati

  • Jason Darley, Sally Chan, and Michelle Riley
  • GIA Gem Laboratory, New York
  • Benchè irradiare i diamanti per renderli neri non sia un processo nuovo, l’identificazione di questo trattamento è sempre stata effettuata principalmente mediante l’analisi al microscopio e allo spettroscopio manuale.
  • Le nuove tecniche analitiche permettono ora di applicare protocolli sofisticati per giungere ad evidenze diagnostiche sulle cause del colore in tali pietre. Due diamanti Fancy black, presentati al laboratorio di New York e risultati di tipo Ia, che illuminati dall’alto apparivano opachi, illuminati con fibra ottica sono risultati rispettivamente verde scuro (0,65 ct) e blu intenso profondo (2,10 ct). Il campione più grande presentava numerose inclusioni grafitizzate. Il colore verde scuro della pietra più piccola era tipico dei diamanti “neri” colorati mediante irradiazione. Entrambi i diamanti sono risultati inerti alle radiazioni UV lunghe e corte, e non è stata rilevata alcuna radioattività con il contatore Geiger. La spettroscopia UV-Vis-NIR non ha mostrato assorbimenti distinti nella pietra di 0,65 ct e un’interruzione a 741 nm nel diamante di 2,10 ct. Inoltre, la spettroscopia ad alta risoluzione di quest’ultimo campione ha mostrato picchi di assorbimento collegati all’irradiazione a 464 e 470 nm e un picco a 545 nm collegato all’idrogeno. Gli spettri di fotoluminescenza hanno evidenziato un chiaro picco di emissione a 741 nm, dovuto al centro GR1. Anche se il difetto GR1 può essere presente sia nei diamanti di colore naturale che nei diamanti colorati artificialmente, l’intensità del relativo picco a 741 nm nelle due pietre sopra citate ha confermato che tali diamanti sono stati irradiati in laboratorio.

Diamanti sintetici CVD rosa presentati come naturali

  • Hiroshi Kitawaki, Ahmadjan Abduriyim, Jun Kawano, and Makoto Okano
  • Gemmological Association of All Japan - Zenhokyo, Tokyo
  • La Gemmological Association of All Japan ha analizzato recentemente 48 piccoli brillanti rotondi di colore rosa-arancio che erano stati presentati come diamanti naturali processati HPHT. Sei risultavano nel range da 0,20 a 0,27 ct e gli altri erano di massa inferiore a 0,20 ct. Il colore variava da Fancy Intense orangy pink a Light pinkish orange.
  • L’analisi al microscopio ha rivelato alcune minuscole inclusioni puntiformi nella maggior parte dei campioni. Parecchi presentavano grafitizzazioni nei piani-frattura e “ghiaccia ture” alla superficie, entrambi segni evidenti di un trattamento HPHT. Il colore rosa era regolarmente distribuito. La maggior parte delle pietre presentava birifrangenza anomala, che in alcune aveva un aspetto a “tatami” (a graticcio). La fluorescenza era forte, arancione, ai raggi UV lunghi e corti. Al DiamondView la luminescenza è risultata arancione brillante, mentre sette pietre presentavano strutture di crescita laminate e parallele. Tutte queste caratteristiche sono tipiche dei diamanti sintetici cresciuti da chemical vapour deposition (CVD). Gli spettri di assorbimento UV-Vis hanno mostrato un ampio assorbimento centrato a circa 500 nm, collegato ai centri di vacanza dell’azoto con picchi a 575 e 637 nm, che è la causa del colore rosa e della fluorescenza arancione. Gli spettri IR hanno indicato che tutti i diamanti erano di tipo IIa. Parecchi presentavano caratteristiche collegabili alla presenza di idrogeno, mentre non è stato rilevato assorbimento a 3123 cm-1, che è caratteristico dei diamanti sintetici CVD, ma che scompare dopo trattamento HPHT. In tutti i campioni la spettroscopia di fotoluminescenza ha evidenziato difetti collegati alla presenza di silicio, che sono caratteristici dei diamanti sintetici CVD, centri GR1 e un picco a 389 nm, collegato all’irradiazione. I centri azoto-vacanza si sono formati apparentemente per trattamento HPHT seguito da irradiazione e riscaldamento dei diamanti sintetici CVD contenenti azoto. Le caratteristiche gemmologiche e spettroscopiche citate hanno permesso di identificare i 48 diamanti rosa melee come diamanti sintetici CVD di colore trattato.
  • V.R.

 

 

DIPLOMA EUROPEO FEEG

ISTITUTO GEMMOLOGICO ITALIANO 
Esercitazioni ed esami FEEG
             
Sede di Milano Sede di Roma
30/6 - 1/7/2009 esercitazioni pratiche 23-24/6/2009 esercitazioni pratiche
7/7/2009 esame teoria e pratica 7/7/2009 esame teoria e pratica
29-30/09/2009 esercitazioni pratiche 29-30/09/2009 esercitazioni pratiche
6/10/2009 esame di recupero 6 e 9/10/2009 esame di recupero

La partecipazione è rivolta ai Gemmologi.

Costo esame: 300 Euro
Orario: 9,00-12,30 / 13,30-16,00
Titolo rilasciato: Diploma FEEG

(per esigenze di programmazione interna tali date potrebbero subire delle variazioni, ti preghiamo quindi sempre di prenotarti qualche giorno prima).

PER INFORMAZIONI:
SEGRETERIA ISTITUTO GEMMOLOGICO ITALIANO TEL 02.80504992

Istituto Gemmologico Italiano
P.zza San Sepolcro,1 - 20123 Milano


ISTITUTO GEMMOLOGICO ITALIANO

CORSO  di  APPROFONDIMENTO sulla CLASSIFICAZIONE del DIAMANTE

Classificazione del colore dei diamanti della serie Cape in condizioni standard  di laboratorio: utilizzo delle master stones in diamante e lampada “diamond lite”.
Classificazione dei diamanti colorati e fancy in condizioni standard di laboratorio: utilizzo delle tabelle Munsell.
Determinazione delle proporzioni dei diamanti con tagli fantasia mediante l’utilizzo del micrometro (microcalibro).
Approfondimento sul riconoscimento delle imitazioni del diamante con l’utilizzo di tecniche e strumentazione aggiuntiva.
Panoramica sui documenti di analisi del diamante emessi a livello internazionale e normative vigenti.
Studio dell’influenza dei parametri qualitativi del diamante sul suo valore commerciale; intervento di un operatore commerciale.
Stesura di documenti di analisi sul diamante in condizioni standard di laboratorio: analisi a coppie.

Esame pratico: compilazione di due documenti di analisi effettuato in gruppi (due o tre persone).

Data e luogo di svolgimento :  09 -13 novembre 2009 –  sede di Milano – piazza S. Sepolcro, 1

Titolo conseguito : DIPLOMA di approfondimento sulla Classificazione del Diamante”

Costo ai Soci: 700,00 +IVA 20%  - Costo si Soci CIG 740,00 +IVA 20%  - Costo al pubblico 780,00 +IVA 20% 

 

CORSO  di  APPROFONDIMENTO sulla CLASSIFICAZIONE del DIAMANTE
per  ANALISTA di  LABORATORIO

Classificazione del colore dei diamanti della serie Cape in condizioni standard  di laboratorio: utilizzo delle master stones in diamante e lampada “diamond lite”.
Classificazione dei diamanti colorati e fancy in condizioni standard di laboratorio: utilizzo delle tabelle Munsell.
Approfondimento, con parte pratica, su: diamanti sintetici, trattamenti sui diamanti (laser, riempimento di fratture affioranti, irraggiamento e riscaldamento, HPHT).
Tecniche di spettroscopia per l’identificazione dei diamanti sintetici, diamanti trattati e diamanti colorati; pratica con  interpretazione di spettri  IR, VIS, RAMAN.
Panoramica sulla strumentazione di laboratorio più evoluta: Diamond Spotter, Diamond Sure, Diamond View.
Stesura di documenti di analisi sul diamante in condizioni standard di laboratorio: analisi a coppie.

Esame pratico: compilazione di due documenti di analisi effettuato in gruppi (due o tre persone).

Data e luogo di svolgimento :  18-22 maggio 2009 – sede di Milano – piazza S. Sepolcro, 1

Titolo conseguito : DIPLOMA di approfondimento sul Diamante per Analista di laboratorio”

Costo ai Soci: 900,00 +IVA 20%  - Costo si Soci CIG 940,00 +IVA 20%  - Costo al pubblico 980,00 +IVA 20% 

Per  ulteriori informazioni e prenotazioni, rivolgersi alla Segreteria : tel. 02-80504992


Il CIG AL 33° CONGRESSO INTERNAZIONALE  DI GEOLOGIA
Il Collegio Italiano Gemmologi è stato presente al 33° IGC (International Geological Congress) che si è tenuto a Oslo dal 6 al 14 agosto 2008. La dottoressa Vanda Rolandi ha presentato i risultati di una ricerca sui diamanti rosa e bruni di Argyle (Australia), svolta in collaborazione con la prof. Anna Brajkovic dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Il lavoro è stato discusso nella sezione di “Spettroscopia dei minerali”. Riportiamo di seguito un riassunto.

I DIAMANTI ROSA E BRUNI DI ARGYLE
Proprietà gemmologiche e caratteristiche FTIR, UV-Vis, CL e ESR
Sono stati analizzati 36 diamanti rosa e 36 diamanti bruni grezzi provenienti dalla miniera di Argyle, situata nella regione di Kimberley, a nord-est dell’Australia Occidentale. Nel 1979 fu scoperto il deposito alluviale e solo dal 1985 è iniziata l’estrazione dalla fonte primaria: il diatrema lamproitico AK1 di Argyle. La miniera è del tipo open-pit convenzionale ed è ormai talmente profonda che le operazioni di estrazione sono ostacolate, tanto che è prevista la messa in opera dello scavo in galleria.
I campioni analizzati erano tutti di massa inferiore al mezzo carato. Tra le caratteristiche di superficie sono state osservate depressioni esagonali (Fig. 1 e Fig. 2) di circa 1 mm di diametro, denominate “calderas” da Kaneko et al. (1993), che sono tipiche dei diamanti di Argyle. Tra i processi di etching o dissoluzione sono risultati frequenti i trigoni, di tipo piramidale (Fig. 3) o a base piatta, e, nei diamanti bruni, alcune caratteristiche formazioni a goccia (Fig. 4). Tutti i campioni presentavano fratture interne, spesso incrociantisi a 60° o a 120°, e piani di dislocazione. Nei diamanti bruni, più spessi e più trasparenti, sono stati individuati e identificati mediante spettrometria Raman alcuni minerali inclusi (Fig. 5): clinopirosseno di tipo omfacitico, rutilo, magnesio-cromite, ilmenite e grafite microcristallina e amorfa. In base alla tipologia delle inclusioni, che sono di ambiente eclogitico, i diamanti bruni sono stati definiti E-type, ossia di genesi eclogitica.
Le birifrangenze anomale sono state osservate in tutti i campioni: nei rosa predominavano le formazioni a graticcio scuro su fondo azzurro (Fig. 6), mentre nei bruni i colori vivaci di I, II e III ordine che evidenziavano zone di stress.
La spettrofotometria IR indica che tutti i campioni contengono azoto, perché mostrano assorbimento nella regione ad un fonone (tra 1000 e 1500 cm-1), e idrogeno (picco a 3107 cm-1). Si è potuto stabilire che l’azoto è presente sia in atomi appaiati o aggregati A (picco a 1282 cm-1) sia in gruppi di 4 atomi che circondano una vacanza o aggregati B (picco a 1170 cm-1). Pertanto i diamanti all’analisi sono stati classificati di tipo IaAB (Fig. 7). Dagli spettri IR si è potuta calcolare la percentuale di azoto (Collins 2007, comunicazione personale), che è risultata decisamente più bassa nei diamanti rosa (max 20 ppm aggragati A e 80 ppm aggregati B) rispetto ai diamanti bruni (max 30 ppm aggregati A e 700 ppm aggregati B).
In tutti i campioni, ad esclusione di uno bruno, è stata registrata una scarsità di platelets, che sono formazioni intrareticolari contenenti azoto e carbonio. Quando il picco dei platelets (posizionato tra 1358 e 1380 cm-1)  è evidente e proporzionale al picco degli aggregati B, i diamanti si definiscono “regolari”. Dei diamanti analizzati, quindi, solo uno bruno è risultato regolare. Per tutti gli altri si può dire che i platelets hanno subìto una degradazione catastrofica più o meno intensa, causata da deformazioni plastiche e riscaldamento all’interno della terra con conseguente formazione di difetti A, B e centri N3.
La spettrofotometria di assorbimento UV-Vis (Fig. 8) ha evidenziato in quasi tutti i campioni il picco N3 a 415 nm, di intensità da debole a moderata. Si tratta di un centro ottico costituito da tre atomi di azoto legati ad una vacanza, situati nel piano dell’ottaedro (111). E’ una caratteristica ottica comune alla maggior parte dei diamanti di tipo Ia che contengono gli aggregati B. Il picco N3 può essere accompagnato da una banda più o meno evidente a 390 nm. Tutti i diamanti rosa presentavano una banda centrata a 550 nm, che è responsabile del colore rosa e la cui intensità è correlata all’intensità del colore. Nei diamanti bruni invece si è potuto notare un assorbimento più lieve tra 500 e 600 nm, che è stato considerato la causa di una componente rossastra della tinta.
Gli spettri UV-Vis sia dei diamanti rosa che dei diamanti bruni mostravano un picco a 482 nm, più largo nei bruni, tuttora oggetto di indagine.
Gli spettri NIR (vicino infrarosso) e di risonanza elettronica paramagnetica ESR hanno fatto ipotizzare nei campioni bruni la presenza del centro ambra AC1, che finora è sempre stato trovato solo in diamanti bruni sottoposti a forti deformazioni plastiche e contenenti un’alta percentuale di difetti A di azoto. Tale centro ha struttura N-C-C-N+ e presenta un tipico segnale ESR con g = 2.003.
Le immagini di catodoluminescenza hanno mostrato un’emissione prevalente nel blu saturo e insaturo per i diamanti rosa, mentre quelli bruni presentavano un’emissione prevalente nel verde. Questi risultati sono stati confermati dagli spettri CL, che sostanzialmente hanno evidenziato due bande centrate ripettivamente nel blu a 450 nm e nel verde a 512-520 nm: nei campioni rosa la banda nel blu risultava molto più intensa o talora equivalente a quella nel verde, mentre nei campioni bruni prevaleva in intensità la banda nel verde. Sovraimposti alle bande sono stati identificati i sistemi vibronici N3 a 415 nm, H3 (costituito da un aggregato A ed una vacanza) a 503 nm e H4 (costituito da un aggregato B ed una vacanza) a 496 nm.
Dai risultati ottenuti, si è concluso che i diamanti analizzati si sono sviluppati in un ambiente genetico di tipo eclogitico, che si può definire povero in azoto per quelli bruni e fortemente impoverito in azoto per quelli rosa. Entrambe le categorie sono state sottoposte a deformazione plastica post-crescita, probabilmente a temperature geologiche per periodi di tempo molto lunghi e a processi di dissoluzione e riassorbimento durante il passaggio nella regione di instabilità del diamante, a profondità di circa 120 km. Prendendo in considerazione il tipo di aggregazione dell’azoto, si può presumere che durante la permanenza all’interno del mantello si siano verificati eventi tettonotermici che hanno causato un’intensa degradazione dei platelets.

Nota: un articolo con i risultati sui diamanti rosa è già stato pubblicato sulla rivista The Australian Gemmologist, 23, 5, 2008; i risultati sui diamanti bruni sono in fase di pubblicazione.

Didascalie figure
1 e 2 – Depressioni esagonali o calderas (400x)
3 – Trigoni piramidali (400x)
4 – Figure di corrosione “a goccia” (400x)
5 – Inclusioni e fratture in diamante bruno (400x)
6 – Birifrangenze anomale “a graticcio” (100x) in diamante rosa
7 -  Spettro FTIR di diamante rosa di tipo IaAB
8 – Spettro UV-Vis di un diamante rosa

art. rolandi fig. 1

Fig. 1

art. Rolandi fig. 2

Fig. 2

 

art. Rolandi fig. 3

Fig. 3

 

art. Rolandi fig. 3

fig. 4

 

art. Rolandi fig. 5

fig. 5

 

art. Rolandi fig. 6

Fig. 6

 

art. Rolandi fig. 7

Fig. 7

art. Rolandi fig. 8

Fig. 8


NOTIZIE GEMMOLOGICHE

GAAJ Research Laboratory, 2008 – Riconoscimento delle sostanze di riempimento nelle fessure e fratture degli smeraldi. Rivista Gemmologia Italiana, Roma, vol. 3, n. 1, pp. 57-60.

La Gemmological Association of All-Japan illustra alcune interessanti metodologie adottate comunemente nell’identificazione degli smeraldi trattati per riempimento di fessure. La tecnica usuale consiste in un attenta osservazione microscopica per osservare eventuali effetti flash colorati (arancione o azzurro), bolle formatesi nella resina (spesso epossidica come l’opticon),  nell’olio o nel vetro, residui secchi diffusi o dendritici, ecc. Risultati migliori e documentabili in modo più oggettivo si ottengono da spettrofotometria infrarosso con trasformata di Fourier (FTIR) e da spettroscopia Raman, i cui tracciati indicano inequivocabilmente la presenza del riempimento artificiale.

ZWAAN J.C., ZOYSA E.G., 2008 – New primary gem occurrences in Sri Lanka. Z. Dt. Gemmol. Ges., Idar-Oberstein, vol.57, n. 1-2, pp. 23-32, 13 figg., tabelle.

Recentemente sono stati scoperti nella parte meridionale di Sri Lanka alcuni giacimenti di interesse commerciale di gemme sia all’interno di rocce pegmatitiche, sia di rocce metamorfiche. E’ il caso dell’acquamarina del distretto di Opanayaka (pegmatite), nonché del corindone e della grossularia essonite delle granuliti dei distretti di Wellawaya e di Kamburipitiya. Le loro caratteristiche gemmologiche non differiscono da quelle delle analoghe gemme presenti nei giacimenti alluvionali dell’isola. I gicimenti primari vi potrebbero assumere in futuro una maggiore rilevanza.

CHAPMAN R., MERCER I.F., RANKIN A.H., SPRATT J., 2008 – Thortveitite – a new gemstone.
The Journal of Gemmology, London, vol.31, n. 1-2, pp. 1-6, 13, figg., tabelle.

La thortveitite è un raro silicato di scandio e ittrio tipico di alcuni differenziati pegmatitici di plutoni granitici, che si presenta in cristallini poco appariscenti di pochi millimetri. Nel 2004 venne acquistato a Bangkok un lotto di grezzi di dichiarata provenienza africana che includeva un esemplare violaceo trasparente, da cui fu tagliata una bella gemma di 10 carati. Poiché gli usuali parametri gemmologici non ne permettevano l’identificazione, alcuni frammenti sono stati sottoposti ad analisi a raggi X, che hanno rivelato trattarsi di una thortveitite ad alto tenore di scandio. La gemma è biassica  negativa  (alfa 1, 753 - gamma 1,809), fortemente tricroica in viola-blu-giallo paglierino, spettro con due linee sottili nel verde e una banda nel blu, densità 3,48, due direzioni di sfaldatura, inclusioni a velo anche con trifasi, sdoppiamento degli spigoli (per l’alta birifrangenza).

BOULLIARD J.-C., GRAVIER D., 2008 -  Une amphibole gemme du Myanmar. Revue de Gemmologie A.F.G., Paris, n. 164, pp. 4-5.

Il gruppo degli anfiboli costituisce una comunità di silicati di un centinaio di specie. Quelli di interesse gemmologico più conosciuti sono indubbiamente tremolite e actinolite, che nella forma massiva costituiscono le giade nefriti. Negli ultimi anni sono stati descritti anfiboli trasparenti e variamente colorati provenienti da alcuni paesi asiatici: edenite gialla e pargasite bruno-gialla di Myanmar, richterite bruno-gialla e pargasite verde-gialla del Pakistan, fluorocannilloite verde smeraldo della Cina e del Vietnam. Recentemente è stata analizzata una gemma di colore giallo pallido di oltre 22 carati proveniente dal Myanmar e venduta come adenite. L’esame diffrattometrico ha invece dimostrato trattarsi di una ferrorichterite, con indici di rifrazione alfa 1,619, gamma 1,639; la densità è 3,08.
EREL E., 2008 – Diamants de couleur traités par irradiation puis chauffage à basse temperature. Revue de Gemmologie A.F.G., Paris, n. 164, pp. 6-10.

Come è noto, oggi circolano sul mercato numerosi diamanti colorati trattati. Il caso più vistoso e banale è costituito dai diamanti “neri”, che appaiono verdastri se illuminati per trasparenza. Vengono ottenuti per irraggiamento. Con opportuni dosaggi di elettroni vengono ottenuti anche diamanti blu o  verde-gialli. Se all’irraggiamento si aggiunge il trattamento termico a bassa temperatura (cioè inferiore a 1400 °C) e si agisce sui diamanti della serie “Capo” (tipo Ia) si ottengono colori gialli e arancio; da quelli tipo Ib si ottengono diamanti rosa o rossi. Il testo è corredato da spettri nel visibile e nell’infrarosso che illustrano le diverse tipologie e le possibilità di identificazione.


LE GEMME DEL MADAGASCAR
Dr. Federico Pezzotta, Conservatore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano

Le gemme del Madascar sono un tema molto vasto. Visto che i precedenti relatori si sono focalizzati sui corindoni, ho deciso di trattare principalmente le gemme di origine pegmatitica.
Prima di parlare di minerali e i giacimenti, occorre innanzitutto inquadrare la geologia del Madascar. Considerando la distribuzione delle masse continentali nell’emisfero meridionale a 115 milioni di anni, sono già evidenti le zone di ditacco della Pangea in subcontinenti.  A 65 milioni di anni i continenti si sono ormai staccati gli uni dagli altri. Sembra inconfutabile che il Madascar si sia staccato dalla porzione nord della costa orientale africana, non dal Mozambico, anche se la cosa non è immediatamente intuitiva . Tuttavia, diventa inconfutabile se si studiano le dorsali e le faglie della zona. Le ultime fasi tettoniche, magmatiche e metamorfiche del Madagascar datano a 500 milioni di anni. Minerali e rocce della zona sono quindi molto antichi.  La storia geologica del  Madascar è affine a tutte le masse continentali limitrofe. La geologia del Madagascar è affine alla costa orientale dell’Africa, alla costa ovest dell’India e ad una porzione dell’Antartide.
Il Madascar rappresenta una porzione dell’asse dell’orogene est africano, zona complessa dal punto di vista metamorfico e tettonico,  e questo spiega la ricchezza e la varietà di fenomenologie metamorfiche e magmatiche e quindi mineralogiche. I giacimenti di tipo pegmatitico si sviluppano tipicamente a livelli crostali intermedi all’interno di un orogene. Quindi al centro di una zona così complessa è logico prevedere sicuramente una grande quantità di intrusioni pegmatiche.
La maggior parte dei giacimenti gemmiferi del Madagascar sono stati riportati da Shigley su Gems & Gemology nel 2000. Altri giacimenti sono stati scoperti più recentemente e non sono riportati nella mappa di Shigley. In particolare, si possono ricordare i giacimenti di rubini di Andilamena e di Vatomandry e il giacimento di zaffiri di Ranotsara.
Tra le gemme pegmatiti che importanti figurano le tormaline policrome. Dopo lo shock del mercato degli ultimi anni, dovuto alle produzioni africane, soprattutto nigeriane, il settore si sta riprendendo.  Giacimenti produttivi sono quelli di Mandrosonoro, dal quale proviene anche la pezzottaite,  e di Ikalamavony.
Le pegmatiti del Madagascar forniscono anche una buona produzione di morganite, soprattutto dal giacimento di Ampandramaika. Dalla parte settentrionale del Madagascar provengono anche apatiti verdi, rare sul mercato.  perché generalmente gli esemplari  vengono riscaldati e diventano blu. Sono gemme particolari, richieste dal mercato americano. In Europa sono poco richieste.
Altre gemme notevoli sono il berillo eliodoro e l’acquamarina cromifera, che proviene dal massiccio Anosienne .
Se si osserva la distribuzione dei giacimenti del Madagascar e la si confronta con la distribuzione delle aree pegmatiti che, si nota che c’è una sovrapposizione quasi perfetta tra le località di tipo gemmologico e quelle di tipo pegmatitico, con l’esclusione della regione più meridionale dell’isola, caratterizzata da un metamorfismo di alto grado (migmatiti e granuliti). Da questa zono provengono gemme di genesi principalmente metamorfica: tutte le varietà di corindone, tsavorite, granato metamerico e altre varietà di granati, ortoclasio, scapolite e  crisoberillo. Quindi la parte più meridionale del Madagascar presenta meno giacimenti pegmatitici, mentre la parte centrale e quella settentrionale sono caratterizzate per la maggior parte da giacimenti di tipo pegmatitico. Fanno eccezione i giacimenti che si trovano nella porzione più occidentale dell’isola, che, osservando anche la carta geologica, sono localizzati in formazioni sedimentarie. Si tratta di paleoplacers di età permiana piuttosto che triassica e anche giurassica, che sono affini ai depositi sedimentari del Karoo, situati sulla costa orientale africana, in particolare in Tanzania e in Zambia.
Il fiorire di scoperte in Madascar negli ultimi anni è chiaramente legato al cambiamento della situazione politica. Questa nazione è stata politicamente chiusa fino alla fine degli anni ’90. Dopo c’è stata una situazione politica di apertura, anche se ancora oggi si percepisce grande diffidenza , ben motivata tra l’altro, da parte degli operatori a investire sul Madagascar.
Chi ha letteralmente invaso il Madascar sono stati i brasiliani, agli inizi degli anni ’90, e vi si trovano tuttora .  Poi sono arrivati i senegalesi, che non sono stati bene accettati. Nel 1998, quando è stato scoperto il giacimento di Ilakaka sono srrivati srilankesi e tailandesi e, negli ultimi due anni, c’è stata un’enorme invasione di cinesi, come in tutta l’Africa. Gli occidentali rimangono una sparuta minoranza, non solo quanto a numero, ma soprattutto quanto ad efficacia commerciale. Siamo considerati i più affidabili e i più bravi, ma anche i più difficili, quelli che non scelgono lotti giganteschi con poche pietre belle e molti scarti. Al contrario, la forza dei compratori africani, srilankesi, tailandesi e ora anche dei cinesi sta nell’acquistare lotti con molte pietre di scarto, che gli occidentali non saprebbero come utilizzare. Gli orientali invece tagliano tutto e acquisiscono fette di mercato.
Considerando le gemme pegmatitiche del Madagascar, non si possono trascurare le acquemarine, che sono una realtà molto importante, anche in virtù della crisi delle acquemarine brasiliane. I brasiliani si sono recati in Madagascar proprio per queste pietre. Moltissime acquemarine dopo gli anni ’90 erano in realtà di origine malgascia. Il materiale veniva spedito in Brasile, trattato, tagliato e commercializzato come brasiliano. Il giacimento più importante in Madagascar è certamente quello di Ankazobe, che si trova a nord di Antanarive. I cristalli raggiungono anche grandi dimensioni , trenta e più centimetri, e si trovano in nuclei quarzosi oppure in geodi. Queste acquemarine sono di difficile reperibilità sul mercato, perché per la maggior parte vengono requisite dai brasiliani, che si trovano “in pianta stabile” nel giacimento.
Di recente, il giacimento di Ankadilava ha fornito una gran varietà di gemme. Sono stati scavati pozzi in profondità e si sono trovate varietà di berillo, soprattutto morganite,  molte varietà di tormalina e spodumeni di colore tra il verde, viola e blu, che sono stati denominati “spodumeni alessandriti”. In poche ore cambiano completamente colore, diventando grigiastri. I brasiliani li acquistano, anche a caro prezzo, e poi li trattano in Brasile, perché acquisiscono un bel colore. Tra le altre gemme di questa provenienza si possono ricordare le danburiti, di un bel colore giallo acceso, che presentano le tipiche linee di assorbimento dovute alle terre rare. Le tormaline presentano molti colori tipici. Alcuni esemplari contengono anche rame, ma in percentuali dieci volte inferiori a quelle di Parahiba. Sono anche stati trovati cristalli di londonite insieme a cristalli di tormalina rossa, di pollucite, di feldspato e di quarzo; tra i minerali particolari, l’apatite manganesifera, fortemente bombardata da radioattività naturale.
Dal Madagascar  centrale e occidentale provengono le tormaline denominate “semigemma”, che comprende tutto il materiale da carving, con un prezzo elevato, e le tormaline policrome. Nella parte più a sud, nella shear-zone, si trovano i giacimenti pegmatitici. Uno di questi è quello di Anjahamiary, dove sono state trovate le acquemarine cromifere, di un colore da verde-azzurro ad azzurro molto brillante. L’analisi ha stabilito una presenza significativa di cromo, responsabile del colore. Denominate dapprima “Lagoon emerald”, si sta ora cercando di commercializzarle con il nome di “chromaqua”, mentre è decisamente da evitare la denominazione “acquemarine Parahiba”, che alcuni operatori commerciali hanno tentato di imporre.


CARATTERISTICHE SPETTROSCOPICHE DI CORINDONI DI DIVERSA PROVENIENZA
Dr.ssa Valentina Palanza
Dottore in Scienze e Tecnologie Orafe

Il presente lavoro rappresenta il completamento della tesi di laurea ed è stato svolto durante il 2007 grazie ad una borsa di studio del FSE, che ha portato alla realizzazione di una banca dati di misure spettroscopiche su corindoni.  Gli argomenti principali sono i seguenti:

  1. CARATTERIZZAZIONE GEMMOLOGICA  E LO  STUDIO DELLE INCLUSIONI MEDIANTE SPETTROFOTOMETRIA micro-RAMAN di  10 campioni di zaffiri naturali di diverse provenienze
  2. CONTRIBUTO DI ALTRE TECNICHE SPETTROSCOPICHE  quali la spettroscopia di assorbimento e radio-luminescenza, i cui risultati interessanti  hanno dato avvio alla
  3. BANCA DATI spettroscopica SUI CORINDONI
  4. CONCLUSIONI

I dieci campioni di zaffiri naturali oggetto di studio sono stati gentilmente concessi dall’IGI.   Provenivano:
1 dalla Tanzania, 1 dal Madagascar, 2 da Srilanka, 1 dalla Thailandia,1 dal Vietnam,1 dall’Australia, 3 sconosciuti.
Dalla letteratura sappiamo che lo zaffiro generalmente può avere due tipologie di genesi:
1 - da rocce magmatiche
2 - da rocce metamorfiche
Tuttavia  la maggior parte degli zaffiri proviene da DEPOSITI SECONDARI alluvionali-eluviali. Quindi risalire alla provenienza e al  tipo di genesi dei campioni di tali depositi  con un’analisi gemmologica di base risulta complicato. E’ stato però dimostrato che la diversità di genesi si manifesta chiaramente in una diversità delle caratteristiche spettroscopiche del materiale.
Tutti gli zaffiri considerati sono stati analizzati  seguendo la scheda gemmologica IGI e prestando particolare attenzione all’ osservazione delle inclusioni al microscopio, che sono state successivamente studiate con lo spettrofotometro Raman. Si  tratta di un Labram Dilor (Jobin Yvon Spex) costituito da un corpo ottico con obiettivi a ingrandimento  variabile da 10 a 100x, attraverso i quali  viene focalizzato il fascio laser che irraggia il campione. Il campione  a sua volta risponde fornendo  Lo spettro Raman, che è uno spettro di emissione i cui picchi si trovano in posizioni dipendenti dalle frequenze vibrazionali del campione e perciò sono diagnostici della sostanza analizzata. Lo  spettro tipico dello zaffiro, ovvero della matrice in cui si trovano le inclusioni,  è stato ottenuto puntando il laser su una zona qualsiasi della superficie della gemma: l’ossido di alluminio presenta tre segnali caratteristici nelle posizioni di 416, 577 e 750 cm-1. Con questo strumento, grazie alla confocalità del sistema, è però anche possibile  indagare zone di materiale che si trovano ad una determinata profondità nel campione e quindi identificare in modo selettivo il materiale di cui sono costituite le  inclusioni. Consideriamo come esempio uno zaffiro di Sri Lanka. La gemma presentava un’inclusione tipo un velo liquido contenente bifasi e trifasi: in questo caso l’analisi Raman ha messo in luce la presenza di Rutilo (picchi a 443 e 608 cm-1) e zolfo (picchi a 475 e 223 cm-1). Nel campione è presente anche un altro tipo di inclusione: un cristallo scuro che giace su un velo liquido. In questo caso l’analisi Raman evidenzia la presenza di diasporo (materiale scuro cristallino, con picchi a 450, 667 e 795 cm-1) e CO2 (contenuta nelle micro cavità che costituiscono il velo liquido).
Le inclusioni (cristalline e fluide) identificate negli altri campioni sono:

  1. CO2
  2. Grafite, rutilo, zircone (comuni negli zaffiri)
  3. Calcite, diasporo, zolfo, flogopite (tipiche degli zaffiri di genesi metamorfica)
  4. Ematite, ilmenite (tipiche degli zaffiri di genesi magmatica)
  5. Anatasio (inclusione caratteristica degli zaffiri del Vietnam)

Al  microscopio sono state identificate anche inclusioni strutturali (zonature di colore, linee e piani di crescita, lamelle di geminazione), che non sono rilevabili mediante l’analisi micro-raman, ma che attestano sicuramente la naturalità delle gemme.
La CONFERMA DELLA CORRELAZIONE TRA IL TIPO DI GENESI E LA TIPOLOGIA DI INCLUSIONI RISCONTRATATA  è STATA DATA DALLA SPETTROSCOPIA DI ASSSORBIMENTO CHE  HA INDIVIDUATO NEL GRUPPO DEGLI ZAFFIRI LE DUE Tipologie seguenti :
1.GENESI MAGMATICA
2.GENESI METAMORFICA
Gli zaffiri dal colore più scuro presentano uno spettro di assorbimento in cui si può apprezzare un’alta presenza di Fe2+ e sono zaffiri che provengono da zone come Thailandia, Australia, Tanzania, caratterizzate da  formazioni rocciose magmatiche.
Gli esemplari di zaffiri dal colore blu chiaro manifestano invece uno spettro di assorbimento praticamente privo di Fe2+, che è tipico di una genesi metamorfica (Sri lanka e Madagascar).
Questi risultati sono stati il punto di partenza per la creazione della BANCA DATI DI MISURE SPETTROSCOPICHE SUI CORINDONI CHE OGGI CONTA CIRCA 80 CAMPIONI  DI DIVERSA VARIETA’, PROVENIENZA E TIPOLOGIA. LA GAMMA CROMATICA DEI CORINDONI COMPRENDE GEMME NATURALI (PURTROPPO NON TUTTE DI PROVENIENZA NOTA) SINTETICHE E TRATTATE.
LA BANCA DATI SARA’ A BREVE DISPONIBILE SU INTERNET ALL’INDIRIZZO “CORUNDUMS DATABASE”. SARANNO POSSIBILI  TRE TIPI DI RICERCHE:
-VARIETA’
-GENESI
-PROVENIENZA
DI TALI CAMPIONI CLICCANDO SULLA PRIMA RIGA SI POTRANNO VEDERE GLI SPETTRI DI ASSORBIMENTO E di RADIOLUMINESCENZA, LO SPETTRO RAMAN del cristallo ospite  E QUELLO DELLE INCLUSIONI QUANDO PRESENTI.
DAL COFRONTO DEI DATI SPETTROSCOPICI dei campioni analizzati si possono EVIDENZIARE CARATTERISTICHE INTERESSANTI E DIAGNOSTICHE
AD ESEMPIO : prendiamo in considerazione tre campioni di zaffiro. Anche se il colore è piuttosto simile, si tratta di tre materiali molto diversi, in quanto sono un campione naturale,  un sintetico idrotermale e un campione di  zaffiro termo diffuso. La spettroscopia di assorbimento e la radioluminescenza evidenziano perfettamente  le caratteristiche diagnostiche di questi materiali:
lo zaffiro naturale ha lo spettro classico degli zaffiri magmatici e mostra la banda intensa del Fe2+;
lo zaffiro termo diffuso, che  ha apparentemente il colore intenso del lo zaffiro magmatico, mostra lo spettro tipico dei campioni metamorfici (privo di Fe2+).  Infatti se venisse rimossa la patina blu scura dovuta alla termodiffusione, il campione risulterebbe essere  blu molto chiaro;
 lo zaffiro sintetico idrotermale ha uno spettro totalmente diverso da quello dei precedenti,  poiché il colore blu è dovuto alla presenza del Ni2+,  elemento cromoforo che non è mai presente in campioni naturali.
La Radioluminescenza evidenza che, nel caso del campione termo diffuso, come accade spesso nel caso dei campioni metamorfici e di sintesi Verneuil , è rilevante la presenza del Cr.
Maggiori dettagli riguardo al ruolo degli elementi cromofori verranno trattati dal Prof. Spinolo.
Concludendo, è stato dimostrato che

  1. ESISTE UNA CORRELAZIONE TRA IL TIPO DI GENESI DEGLI ZAFFIRI E LE EVENTUALI INCLUSIONI PRESENTI
  2. Sempre LO SPETTRO DI ASSORBIMENTO  EVIDENZIA LE DIFFERENZE TRA LA GENESI METAMORFICA E LA GENESI MAGMATICA
  3. LO SPETTRO DI ASSORBIMENTO PUO’ ESSERE DIAGNOSTICO NEL CASO DI DETERMINATE SINTESI E TRATTAMENTI
  4. LO SPETTRO DI ASSORBIMENTO E LA LUMINESCENZA  forniscono  indicazioni sugli elementi cromofori presenti  

I dati finora raccolti e quelli che in futuro costituiranno la banca dati sui corindoni si riveleranno indubbiamente utili ai fini della certificazione.


Diamanti a colorazione trattata “Serenity Coated”
Shen A.H. et al., 2007 - Serenity Coated Colored Diamonds: Detection and Durability. Gems & Gemology, Vol. 43/1, pagg. 16-34.
Sono stati recentemente immessi sul mercato diamanti a colorazione trattata prodotti dalla ditta Serenity Technologies Inc. di Temecula, California. Si tratta di diamanti ricoperti con uno strato sottile di materiale estraneo che dà l’impressione di una colorazione apparente. Il GIA ha analizzato più di un centinaio di questi diamanti, rilevandone accuratamente le proprietà gemmologiche e le caratteristiche spettroscopiche, determinando la tipologia del materiale di ricopertura, la sua durevolezza e la resistenza alla portabilità e alle riparazioni.
I diamanti analizzati presentavano un’ampia gamma di colori, tutti molto simili a quelli naturali. Ad esclusione dei diamanti gialli, tutti gli altri erano caratterizzati da una saturazione elevata, corrispondente ai gradi GIA Fancy Intense o Fancy Vivid. I diamanti gialli presentavano una sfumatura bruna, mentre la componente gialla caratterizzava i diamanti verdi e arancioni. Se osservato dalla tavola, al microscopio stereoscopico, il colore appare distribuito uniformemente, ma dal padiglione in luce riflessa diffusa si osservano i colori di interferenza prodotti dalla pellicola di ricopertura, che risultano particolarmente evidenti nei campioni a colorazione verde. Punteggiature incolori e graffi sono stati inoltre osservati in alcune faccette, anche se la maggior parte delle faccette non presenta segni di danneggiamento. In molti campioni la ricopertura è stata osservata solo sulle faccette del padiglione, mentre la tavola e la corona risultavano pulite.
Nei diamanti rosa non era presente nessun graining di colore, contrariamente a quanto avviene invece nei diamanti rosa naturali, mentre i diamanti gialli-arancio non mostravano distribuzione del colore a chiazze, come invece succede spesso in quelli naturali di uguale colorazione. Tutte le pietre con questo nuovo trattamento, però, contenevano inclusioni di dimensioni variabili; questo fa presumere che vengano selezionati solo diamanti con basso grado di purezza.
La ricopertura ha scarsa influenza sugli effetti di fluorescenza UV. Una fluorescenza blu di intensità variabile si è rivelata la reazione UV più comune, seguita da fluorescenza gialla da debole a moderata, mentre alcuni campioni si sono rivelati inerti.
Gli spettri di assorbimento IR per 21 campioni di colore arancione, rosa-porpora e rosa, selezionati a caso, hanno indicato che si tratta di diamanti di tipo IaAB con una concentrazione molto elevata di azoto (> 50%), simile a quella dei diamanti gialli cape. Otto diamanti blu, sempre di tipo IaAB, hanno mostrato concentrazioni di azoto da molto elevate a elevate (più di 250 ppm). Due di queste pietre avevano concentrazioni più elevate di aggregati B ed erano ricche in idrogeno, come evidenziato dalla presenza di un picco evidente posizionato a 3107 cm-1. Non sono state assolutamente osservate le caratteristiche di assorbimento dovute al boro, mentre nella regione del medio IR non compare nessun picco che possa essere attribuito alla presenza di ricopertura. L’assorbimento nella regione UV-Vis-NIR ha evidenziato in tutti i campioni la presenza del sistema N3 (ZPL a 415 nm), dimostrando quindi la loro origine naturale. L’analisi di spettroscopia Raman e di fotoluminescenza non hanno rivelato alcun segnale attribuibile alla ricopertura: gli spettri eseguiti su alcuni campioni prima e dopo il trattamento sono risultati identici.L’analisi EDXRF ha evidenziato la presenza di Fe e Si in un diamante arancione ricoperto, e Au e Si in diamanti blu, rosa e rosa-porpora. I profili SIMS hanno mostrato che, ad eccezione di quelli arancio, le pellicole di ricopertura sono costituite da silicio e ossigeno (qualcosa di simile all’SiO2), con vari elementi aggiunti come agenti coloranti. Nei diamanti rosa le pellicole sono composte da tre strati (per uno spessore totale di 30 nm) che contengono quantità variabili di Au e Ag, mentre uno strato molto sottile di Al metallico è presente tra lo strato di SiO2 e il diamante. Nei diamanti blu lo strato di ricopertura è spesso solo 14 nm, è dopato con Au e Ag, ma contiene anche una quantità significativa di Ti e può talora essere presente un segnale del boro dovuto a contaminazione. Nei diamanti gialli è stato trovato Ag, ma virtualmente non Au. È interessante notare che nello strato più esterno della ricopertura è stata osservata una elevata concentrazione di carbonio, che decresce in profondità. Tra la ricopertura ed il diamante è stato rilevato uno strato contenente Al e Ti. Al contrario di tutti gli altri campioni, i diamanti arancioni presentano una ricopertura di ossido di ferro, spessa approssimativamente 39 nm, al di sotto della quale c’è un film di SiO2 spesso 19 nm, e uno strato sottostante di Al dello spessore di circa 4 nm. In tutte le pietre esaminate non è stata riscontrata diffusione di elementi all’interno dei diamanti.
Per quanto riguarda la durevolezza della ricopertura, i film di SiO2 hanno una durezza Mohs vicina a /, significativamente più elevata della durezza 4 della ricopertura di CaF2 descritta da Evans et al. (2005). Non ci si deve sorprendere se non si danneggia con una punta metallica. Tuttavia, i diamanti con il trattamento Serenity non dovrebbero essere esposti direttamente ad abrasivi, a fonti di calore o a pulitura in bagno di acido solforico. Come indicato dai test di durevolezza, il trattamento non è permanente e il cliente finale dovrebbe pertanto essere avvertito. Il laboratorio GIA su questi diamanti rilascia solo un certificato di identificazione, non un “grading report”.

Pezzottaite da Myanmar
Devouard B. et al., 2007 - Pezzottaite from Myanmar. Gems & Gemology, Vol. 43/1, pagg. 70-72.
Piccoli cristalli rosa, simili al berillo, sono stati trovati dal mineralista Patrick de Koenigswarter a Khat-Chel, presso Molo, nell’area Momeik del distretto di Mogok, a Myanmar, e sottoposti all’attenzione degli Autori, in quanto ritenuti probabile pezzottaite. I cristalli sono stati estratti da una pegmatite granitica nota per aver prodotto cristalli di fenacite geminati e quasi incolori, tormaline fibrose rosa muschiate e altri minerali quali petalite e hambergite. I cristalli analizzati, sei in totale, erano di abito quasi tabulare, costituito da un pinacoide basale combinato con facce prismatiche. Non sono state osservate forme piramidali. Alcuni cristalli erano di qualità da gemma o erano parzialmente trasparenti da poter essere sfaccettati. Per confermare la diagnosi di pezzottaite sono state eseguite analisi chimiche, diffrazione X e spettroscopia Raman. È stato dimostrato il contenuto in cesio (variabile da 2,5 sino a 12% in peso di Cs2O). L’analisi Raman, eseguita in più punti, ha mostrato il picco a circa 1103 cm-1, considerato indicativo della struttura della pezzottaite. Le analisi sono state considerate sufficienti a confermare che i cristalli erano prevalentemente pezzottaite, con una possibile presenza di piccole quantità di berillo. Dopo Madagascar e Afghanistan, quello di Myanmar è il terzo ritrovamento di pezzottaite.

Rubini riempiti con vetro
Pearson, G.M., 2007 – Sealant Impregnated Rubies. The Australian Gemmologist, Vol. 3/2, pagg. 58-61.
Un lotto di rubini, acquistati a Melbourne, è stato analizzato al microscopio stereoscopico.
Oltre alle caratteristiche interne tipiche della specie, quali zonature esagonali, minuti cristalli di rutilo in formazioni a nuvola, solfuri metallici quali pirite e pirrotina (tipici del corindone metamorfico di Sri Lanka), sono state osservate abbondanti inclusioni dall’aspetto anomalo di bifasi discoidali con effetto flash. Bear Williams, direttore dello Stone Group Labs, Missouri, USA, ha ipotizzato che queste pietre potessero essere state impregnate con un vetro al piombo a bassa temperatura di fusione per sigillare le fratture beanti che arrivavano in superficie, cavità e altri difetti che normalmente danno un contrasto ottico elevato rispetto alla matrice di corindone.
Il vetro ipotizzato è fluido a temperature moderate, di circa 800 °C, che non producono alterazioni termiche significative sul corindone o sulle inclusioni preesistenti. Il vetro penetra e sigilla le fratture, rendendo otticamente omogenea la pietra. Il trattamento migliora l’aspetto e le caratteristiche meccaniche. Il riempimento può essere diagnosticato anche con radiografie X, che mettono in evidenza la maggiore radiopacità del vetro al piombo. La diagnosi mediante osservazione al microscopio si basa invece soprattutto sulla presenza di riflessi o flash blu e rossi-arancio. Poiché l’angolo di osservazione delle fratture nel corindone si avvicina all’angolo critico per la riflessione totale interna tra vetro e corindone, per le lunghezze d’onda più corte si verifica riflessione interna, vale a dire che le lunghezze d’onda blu sono riflesse internamente ed osservate come un flash dello stesso colore. La banda di colore complementare arriva ugualmente alla superficie vetro-rubino, ma senza le lunghezze d’onda del blu, e appare come un riflesso rosso-arancio. Questo effetto flash si osserva costantemente nei rubini trattati con vetro al piombo.

Gemme del Madagascar
Giuliani G. et al., 2007 – Les gisements de corindons gemmes de Madagascar. Revue de Gemmologie A.F.G., n.159, pagg.14-28. 1 cartina, 27 foto a colori.
Il Madagascar è sempre stato ricco di bei minerali, spesso tagliabili come gemme. Da una ventina d’anni si sono moltiplicati i giacimenti gemmiferi ed alcuni stanno assumendo rilevanza internazionale. Gli Autori passano in rassegna i giacimenti corindoniferi suddividendoli per tipologia genetica. Quelli più promettenti sono indubbiamente i placers, cioè i depositi alluvionali, scoperti soprattutto nell’ultimo decennio. Tra questi vanno ricordati i siti di Andilamena e Ilakaka. Andilamena si trova sul 17 parallelo sud, nel nordest dell’isola. E’ un placer gigante a rubino e zaffiro, scoperto nel 2000 ed ancora poco studiato. Più celebre il grande giacimento alluvionale di Ilakaka-Sakaraha, scoperto nel 1998 a lato della strada nazionale n.7 nella parte meridionale dell’isola. Vi si trovano corindoni di tutti i colori insieme con crisoberillo, topazio, granato, zircone, spinello, nonché tormalina e andalusite.

Gemme della Nigeria
Michelou J.- C., 2007 – La Nigeria. Source de pierres de couleur. Revue de Gemmologie A.F.G., n.159, pagg. 30-41, 6 cartine, 11 foto a colori.
Da quasi tre decenni la Nigeria è entrata gradualmente nel novero delle nazioni con potenziale gemmologico in progressivo aumento. Nota in passato più per i suoi giacimenti di stagno che per i suoi perfetti cristalli di topazio incolore, attualmente fornisce regolarmente tormaline verdi, rosa e blu (anche tipo paraiba), acquamarina, berillo verde e smeraldo, spessartina.
Lo zaffiro è diffuso, ma di bassa qualità. Potenzialmente si potrebbero estrarre ametista, spinello, rubino, spodumene. Anche se dotata di un servizio geologico e di una università, la Nigeria non ha ancora una struttura estrattiva e commerciale adeguata e neppure laboratori di identificazione e di taglio delle gemme. Attualmente la commercializzazione avviene tramite intermediari dei Paesi confinanti insediati a Jos e Ibadan.

Metamerismo invertito
Liu Y, Fry B. A., 2006 – A colorimetric study of a tourmaline from Mozambique which shows a reverse alexandrite effect. The Journal of Gemmology, vol.30, n.3-4, pagg.201-206.
Il metamerismo delle gemme con “effetto alessandrite” si manifesta in modi diversi secondo l’illuminante. Il tipo più normale (tipo 1 di Liu) prevede lo schema: verde (luce solare o luce fluorescente) – rosso (luce incandescenza). Altri schemi sono più rari.
In questo articolo viene descritta una tormalina color porpora del Mozambico settentrionale che alla luce a incandescenza assume una colorazione verde, esattamente l’opposto di quanto si verifica nell’alessandrite.
Lo spettro di assorbimento nel visibile di questa tormalina si rivela l’opposto di quello dell’alessandrite.
In questa tormalina il maggiore assorbimento si manifesta intorno a 500 nm, dove l’alessandrite ha il massimo di trasmittanza. Non vengono forniti per ora dati chimici.

Rubini del Canada
Mossman D. J. Et al., 2007 – Cape Breton ruby, a new canadian gemstone discovery, Cape Breton Island, Nova Scotia. The Journal of Gemmology, vol.40. n. 5-6, pagg.279-286.
Cristalli di rubino poco trasparenti e di varie tonalità di colore sono stati trovati nel 2004 in una cava abbandonata di marmo a silicati (skarn) presso Frenchvale (Sydney, Nova Scotia).
Gli indici di rifrazione sono piuttosto alti ( e 1,766 – o 1,776) ma la somiglianza, anche geologica, con i rubini di Hunza in Pakistan lasciano sperare in un prossimo futuro nel ritrovamento di migliori esemplari.

Trattamento termico di berilli cinesi
Yang Ruzeng et al., 2007 – The effect of heat treatment on color, quality and inclusions of aquamarine from China. The Journal of Gemmology, vol.30, n.5-6, pagg.297-301.
Una grande quantità di berillo acquamarina di bassa qualità o di berillo giallastro o verdastro proviene dagli Altai nel Sinkiang cinese. Normalmente viene riscaldato per renderlo commercialmente appetibile.
La temperatura di trattamento arriva fino a 500 gradi in forni elettrici con incremento di 3 gradi al minuto.
Al microscopio il trattamento è identificabile grazie alle modificazioni operate sulle inclusioni e alla deposizione di carbonio nero nelle fessure indotte.


Il 6 Maggio c.m. si sono svolte, in ambito dell'Assemblea Annuale dei Soci del Collegio Italiano Gemmologi, le votazioni per il rinnovo delle cariche sociali del triennio 2007/2009.

Risultano eletti nel Consiglio Direttivo i soci:

CUSI Rinaldo, DIMASO Antonella, LUCERNA Luca, MANZINI Gualtiero, PROSPERI Loredana, RENZULLO Crescenzo, ROLANDI Vanda, SACCUCCI Gianfranco, VACCARI Paola.

Risultano eletti nel Collegio dei Revisori dei Conti i soci:

BOSSI Anna, CIELO Fabio, D'ANGELO Regina Bet.

Risultano eletti nel Collegio dei Probiviri i soci:

COLOMBO Giuseppe, de MICHELE Vincenzo, MANGIAGALLI Giliola.

Nella primo Consiglio Direttivo tenutosi dopo l'Assemblea sono stati eletti a maggioranza:

il Presidente Rinaldo CUSI,

il Vice Presidente Paola VACCARI,

il Segretario Vanda ROLANDI,

il Tesoriere Gianfranco SACCUCCI

il Relatore Loredana PROSPERI.


In occasione dell'Assemblea anuale del 14 maggio 2006 l'Ing. Alberto Malossi ha illustrato le novità del mercato delle sintesi in Italia ed in particolare il nuovo smeraldo sintetico idrotermale "Malossi".
Di seguito pubblichiamo l'abstract dell'articolo tratto da Gems&Gemology Vol. XLI Winter 2005, pagg.328-338.

- ABSTRACT -

CARATTERIZZAZIONE DEL NUOVO SMERALDO SINTETICO IDROTERMALE MALOSSI

Ilaria Adamo, Alessandro Pavese, Loredana Prosperi, Valeria Diella, Marco Merlini, Mauro Gemmi e David Ajò

Smeraldi sintetici idrotermali, prodotti nella Repubblica Ceca con tecnologia italiana, sono apparsi sul mercato sin dal dicembre 2004 con la denominazione commerciale “smeraldi sintetici Malossi”. Alcuni esemplari sono stati analizzati con metodi gemmologici standard, con analisi chimiche e con spettroscopia UV-Vis-NIR e IR. Rispetto agli smeraldi naturali e sintetici (di fusione da fondente e idrotermali) gli smeraldi sintetici idrotermali Molossi possono essere identificati in base alle  caratteristiche microscopiche, alle analisi chimiche e alle caratteristiche spettrali nel medio infrarosso.

Il presente studio ha inteso caratterizzare uno smeraldo sintetico idrotermale prodotto a Praga (Repubblica Ceca) sino dal 2003. Il materiale, noto come “smeraldo sintetico Malossi” è commercializzato dal dicembre 2004 in Italia da Arsaurea Gems (Milano) e negli US da Malossi Inc., la succursale di Malossi Created Gems (Raleigh, North Carolina). Ogni anno vengono prodotti circa 5000-6000 carati di smeraldi sintetici sfaccettati  e il quantitativo è destinato a crescere. I cristalli prodotti variano da 25 a 150 carati, con un peso medio di 77 carati, mentre la pietra sfaccettata più grande pesa circa 15 ct.

Gli smeraldi sintetici Malossi sono prodotti con una tecnica idrotermale, utilizzando tecnologia italiana. Questi cristalli (28,40 – 141,65 ct e 7,1 – 69,9 mm) e pietre con taglio a gradini sono alcuni dei campioni esaminati. Foto di Alberto Malossi.


TECNICA DI CRESCITA

Gli smeraldi sono accresciuti ad una temperatura di 450 °C in una piccola autoclave rotante, rivestita in oro e accuratamente sigillata. Un seme di berillo naturale giallo, sospeso ad una molla di platino, viene utilizzato per aiutare la crescita iniziale. Per evitare la precipitazione del cromo (unico cromoforo impiegato) si utilizza acido cloridrico concentrato. Si possono ottenere cristalli di grandi dimensioni in 40-60 giorni.

MATERIALI E METODI

Sono stati analizzati 30 smeraldi-gemma e 5 esemplari grezzi, forniti da Malossi. Le pietre sfaccettate pesavano 1,34-7,89 ct, i grezzi da 28,40 a 141,65 ct (30,0-69,9 x 10,8-22,5 x 7,1-14,8 mm). Tali campioni sono stati studiati e confrontati con smeraldi sintetici idrotermali di altre fonti commerciali (tutti appartenenti alla collezione dell’Istituto Gemmologico Italiano): russi (5), Biron (5), Linde-Regency (1). I dati sono stati anche messi a confronto con quelli di altri smeraldi sintetici idrotermali (cinesi, Lechleitner), di smeraldi sintetici di fusione da fondente e di smeraldi naturali riportati in letteratura.
Analisi chimiche preliminari qualitative e semiquantitative di 11 campioni sfaccettati (8 Malossi, 1 russo, 1 Biron e 1 Linde-Regency) sono state eseguite mediante un microscopio elettronico a scansione Cambridge Stereoscan 360, equipaggiato di spettrometro a dispersione di energia Oxford Isis 300, per i seguenti elementi: Si, Al, V, Cr, Fe, Ni, Cu, Na, Mg e Cl. Sugli stessi campioni si sono ottenuti dati chimici quantitativi per gli stessi elementi mediante una microsonda elettronica Applied Research Laboratories fornita di cinque spettrometri a dispersione di lunghezza d’onda e di uno spettrometro Tracor Northern a dispersione di energia.
Su tutti i campioni è stata eseguita l’analisi spettroscopica non polarizzata nel visibile (460-750 nm), vicino infrarosso (13000-4000 cm-1) e medio infrarosso (4000-400 cm-1). E’ stato utilizzato uno spettrometro Nicolet NEXUS FTIR-Vis, fornito di accessorio per riflettanza diffusa (DRIFT), con risoluzione di 4 e 8 cm-1 nell’infrarosso e nel visibile rispettivamente. Nel medio infrarosso è stata eseguita anche l’analisi in trasmissione mediante pastiglie di KBr. Ulteriori spettri in riflettanza UV-Vis-NIR sono stati registrati con apparecchiatura Avantes BV (Eerbeek , Olanda), fornita di lampade alogene e al deuterio, uno spettrometro CCD con quattro (200-400 nm, 400-700 nm, 700-900 nm, 900-1100 nm), un’apertura di 10 mm, e risoluzione spettrale 0,5 nm.
Per analizzare un’incrostazione di superficie  di un cristallo è stata utilizzata anche la diffrazione X mediante polveri. Le misure sono state effettuate a temperatura ambiente con un diffrattometro Philips X’Pert, in modalità q-q, con radiazione CuKa.

RISULTATI E DISCUSSIONE

Analisi gemmologica – Le proprietà gemmologiche sono riportate in tabella 1. Tutti gli esemplari erano trasparenti, con colore verde-bluastro.

Presentavano forte dicroismo, da verde-giallo a verde-blu.

Tabella 1: Proprietà gemmologiche degli smeraldi sintetici Malossi

Colore: verde bluastro
Diafaneità: trasparenti
Carattere ottico: uniassico negativo
Indici di rifrazione: no = 1,573-1,578 - ne = 1,568-1,570
Birifrangenza: 0,005-0,008
Densità: 2,67-2,69
Pleocroismo forte dicroismo: raggio ordinario = verde-giallo
raggio straordinario = verde-blu
Reazione al filtro Chelsea: rosso forte
Fluorescenza UV: onde corte: rosso moderato
onde lunghe: rosso debole
Caratteristiche interne:
cristalli (probabilmente fenacite sintetica), “impronte digitali”, inclusioni bifasi, tubi di accrescimento, fratture, varie forme di strutture di crescita, zonature di colore, lamine-seme, zonature di crescita irregolari.

Questo smeraldo sintetico Malossi contiene notevoli “fingerprints” (a sinistra) costituite da inclusioni bifasi (a destra). Microfotografie di Renata Marcon, 8x (sinistra) e 60x (destra, illuminazione in campo scuro).

I valori di indici di rifrazione e di densità si sovrappongono a quelli di smeraldi naturali a basso contenuto di alcali di varie località geografiche (soprattutto Colombia e Brasile), sono simili a quelli dei sintetici Biron e Linde-Regency e a quelli riportati in letteratura per Lechleitner e smeraldi sintetici cinesi. La maggior parte degli smeraldi sintetici da fusione da fondente ha valori di indice di rifrazione, birifrangenza e densità più bassi di quelli rilevati negli smeraldi sintetici Malossi. Inoltre, la fluorescenza degli smeraldi Malossi è indicativa dell’origine sintetica, anche se gli smeraldi colombiani con poco ferro ed elevato contenuto in Cr presentano una fluorescenza UV rossa (Graziani et al., 1987).
Per quanto riguarda le caratteristiche interne degli smeraldi  Malossi, oltre  a  quelle  già riportate in tabella 1, si è notato in due campioni piccoli tubi di crescita a forma di cono, riempiti con un fluido, simili a quelli di recente documentati in uno smeraldo naturale (Choudhary, 2005).  Inoltre sono stati osservati cristalli incolori, prismatici, trasparenti – isolati o in aggregati – in quattro esemplari. In base alla morfologia, birifrangenza e indice di rifrazione (più alto di quello dello smeraldo), si tratta probabilmente di fenacite (Be2SiO4), piuttosto comune negli smeraldi sintetici idrotermali e che fornisce la prova che lo smeraldo ospitante è sintetico. Non si sono osservate inclusioni metalliche lamellari, talora presenti in altri smeraldi sintetici (ad es. di oro, trovato frequentemente negli esemplari Biron; Kane e Liddicoat, 1985).
La diffrazione X ha dimostrato che le incrostazioni superficiali sono costituite da fenacite e berillo.

Composizione chimica

Il cromo è stato l’unico elemento cromoforo trovato negli smeraldi Malossi. Na, Mg, V, Fe (in tutti gli esemplari tranne uno), Ni e Cu sono risultati al di sotto del limite di sensibilità della microsonda elettronica.
Il Cl, probabilmente derivante dalla soluzione di crescita, è risultato distribuito inomogeneamente e il contenuto variava da 0,93% in peso a 0,10% in peso.
La figura 8 e la tavola 2 (vedi) confrontano le proprietà chimiche degli smeraldi sintetici Malossi con quelle degli smeraldi idrotermali di altre produzioni. La composizione chimica dei sintetici Malossi differisce chiaramente dai sintetici russi e Biron. In accordo con i risultati di Schmetzer (1988), Mashkovtsev e Solntsev (2002), e Mashkovtsev e Smirnov (2004), i nostri campioni russi sintetici contenevano Cr, Fe, Ni e Cu, mentre erano assenti Cl e V. Anche se non analizzati in questo lavoro, gli smeraldi sintetici Lechleitner hanno composizione simile (Hänni, 1982; Schmetzer, 1990). Nel campione Biron sono stati trovati V e Cr, insieme a Cl, cosa che concorda con i risultati già pubblicati (Stockton, 1984; Kane e Liddicoat, 1985). Lo smeraldo sintetico Linde-Regency è risultato caratterizzato dalla presenza di Cr e Cl, come il materiale Malossi. Le prime produzioni cinesi contengono più Cl dei sintetici Malossi, mentre i sintetici cinesi recenti si possono distinguere per la presenza di Na.
Come riportato in precedenza da Hänni (1982), Schrader (1983) e Stockton (1984), la composizione chimica può essere di grande importanza per separare smeraldi naturali e smeraldi sintetici. Nel caso degli smeraldi Malossi la presenza di cloro – che tipicamente non si trova in quantità significative negli smeraldi naturali – può costituire un importante indicatore. Yu et al. (2000) hanno segnalato il Cl in basse concentrazioni (anche se alcuni esemplari colombiani e dello Zambia ne contenevano fino allo 0,19% in peso) in alcuni smeraldi naturali. Questo significa che un contenuto in Cl superiore allo 0,20% in peso è un valido indizio a favore di un’origine sintetica idrotermale. Gli smeraldi Malossi privi di Fe (escluso il campione B, con tracce di Fe) hanno composizione simile ad alcuni smeraldi naturali (come quelli colombiani), ma sono facilmente distinguibili dagli smeraldi naturali ricchi in Fe (come quelli del Brasile, dello Zambia e dell’Australia). L’assenza di quantità significative di Na e Mg negli smeraldi Malossi (meno di 0,01 e 0,03% in peso) può essere utilizzata per separare queste pietre dagli smeraldi naturali ricchi in alcali.
L’analisi alla microsonda elettronica di una lamina-seme in un esemplare Malossi ha rivelato un contenuto in Fe apprezzabile (0,40% Fe2O3 in peso), mentre Cr, V e Cl sono al di sotto dei limiti di sensibilità dello strumento. Questa composizione chimica, unita ai valori di indici di rifrazione, concorda con quanto dichiarato dal produttore: il materiale usato come seme è berillo giallo naturale.

Spettroscopia

La tavola 3 riporta le principale caratteristiche spettroscopiche degli smeraldi Malossi nel medio IR (4000-2000 cm-1), nel vicino IR (9000-4000 cm-1) e nell’UV-Vis-NIR (300-1000 nm). Gli spettri nel medio IR sono riportati in figura 9. La serie di picchi tra 4000 e 3400 cm-1 in tutti gli smeraldi sintetici è dovuta al loro contenuto in acqua (Stockton,1987; Schmetzer et al., 1997). Tali caratteristiche sono presenti negli smeraldi naturali e negli smeraldi sintetici idrotermali, ma non si trovano nei sintetici di fusione da fondente. Le bande nel campo 3100-2500 cm-1, comunemente utilizzate per identificare gli smeraldi sintetici idrotermali erano presenti anche negli smeraldi Malossi, così come in quelli Biron e Linde-Regency. Schmetzer et al. (1997) hanno trovato queste bande anche negli esemplari cinesi. Gli smeraldi sintetici russi e Lechleitner sono trasparenti nello stesso range di energia. Schmetzer et al. (1997) hanno attribuito queste bande al Cl, e alcuni lavori recenti (Mashkovtsev e Smirnov, 2004) concordano, citando specificamente molecole HCl nei canali esagonali della struttura del berillo. Questa interpretazione concorda con la composizione chimica dei sintetici Malossi, Biron e Linde-Regency e con l’affermazione del produttore che gli smeraldi Malossi siano cresciuti in una soluzione di HCl.
Una banda addizionale a 3295 cm-1, con una spalla a 3232 cm-1, è presente nei prodotti Malossi e Linde-Regency. Molti autori attribuiscono tale banda alle vibrazioni di stretching dei legami N-H, cosa che concorda con l’utilizzo di aluri di ammonio nelle soluzioni impiegate per le sintesi degli smeraldi (Nassau, 1980).
Il “tipo” di molecole d’acqua negli smeraldi sintetici Malossi può essere determinato con la spettroscopia (distruttiva) in trasmissione nel medio infrarosso. Nel range diagnostico 3800-3500 cm-1 è stata registrata una singola banda di assorbimento netta a 3700 cm-1, cosa che indica che le molecole d’acqua sono di tipo I (il loro vettore H-H è parallelo all’asse c negli esemplari di berillo senza alcali).
La figura 11 riporta gli spettri non polarizzati nel vicino IR degli smeraldi sintetici Malossi, russi, Biron e Linde- Regency. Tutti gli esemplari mostrano bande di combinazione e overtones di molecole d’acqua. Gli smeraldi russi presentano una banda ampia a 8475 cm-1, collegata ad una transizione ottica che coinvolge gli ioni Cu2+, che è assente negli esemplari idrotermali delle altre produzioni. Gli spettri UV-Vis-NIR degli smeraldi Malossi, russi, Biron e Linde-Regency confermano la presenza di Cr3+, con due bande estese a 430 e 600 nm, picchi a 476, 637, 646 e 662 nm, e un doppietto a 681-684 nm, similmente a quanto avviene per gli smeraldi naturali e sintetici di fusione da fondente. A causa dei picchi di assorbimento molto vicini tra loro di cromo e vanadio, non è possibile distinguere gli smeraldi Malossi e Linde-Regency (contenenti solo Cr) da quelli Biron (che contengono Cr e V). Gli smeraldi sintetici russi presentano differenze dagli altri sintetici idrotermali: una banda ampia a 750 nm, attribuita da Schmetzer al Cu, e un assorbimento a 373 nm, associato al Fe3+.

IDENTIFICAZIONE

Le caratteristiche microscopiche citate, la composizione chimica (soprattutto la presenza di Cl, superiore allo 0,20% in peso, e l’assenza di quantità significative di Fe, Na e Mg), e le caratteristiche spettroscopiche (bande nel medio IR fra 3100 e 2500 cm-1, dovute al Cl) permettono di separare gli smeraldi sintetici Malossi dalla maggior parte degli smeraldi naturali contenenti Fe e alcali, mentre si rende necessario un confronto critico delle caratteristiche diagnostiche sopra citate per distinguerli dagli smeraldi naturali poveri in Fe e alcali.
Gli smeraldi Malossi, che contengono Cr e Cl, si differenziano dagli altri idrotermali russi, Lechleitner e Biron in base alla composizione chimica: i russi e i Lechleitner contengono Cr, Fe, Cu e Ni, mentre i Biron, oltre a Cl e Cr, hanno il V. Rispetto agli smeraldi Malossi gli smeraldi cinesi di prima generazione hanno una grande quantità di Cl, quelli di ultima generazione sono caratterizzati dalla presenza di Na. La discriminazione dagli smeraldi sintetici Linde-Regency è più ambigua e richiede ulteriori indagini.
Gli smeraldi sintetici idrotermali Malossi si distinguono dagli smeraldi sintetici di fusione da fondente perché questi ultimi hanno un indice di rifrazione basso (1,556), bassa birifrangenza (da 0,003), bassa densità (da 2,64), contengono tipiche inclusioni di fondente e non presentano nel medio e vicino IR le bande collegate alla presenza di acqua.

[a cura di Vanda Rolandi]

 


Forum CNEL

Le professioni non regolamentate: la proposta di riforma del Cnel e le prospettive del mercato europeo.
I liberi professionisti italiani sono chiamati ad affrontare, mai come era successo in passato, la concorrenza delle organizzazioni professionali straniere sia in ambito nazionale che internazionale.
La internazionalizzazione della Economia e gli accordi internazionali richiedono al nostro sistema professionale capacità di competizione per vincere le sfide che vengono poste dal mercato.
Per dare una immediata risposta a questa necessità è indispensabile dotare i professionisti italiani dei necessari strumenti legislativi e normativi oltre che di una organizzazione professionale tale da reggere la competizione nei confronti degli organizzati sistemi professionali europei ed internazionali.
Il professionista italiano per cultura, formazione e preparazione non ha nulla da invidiare ai colleghi europei: quello che manca al professionista italiano è una buona e organica riforma che dia gli strumenti per operare nel mercato senza vincoli e limitazione. Ci penseranno poi i professionisti a darsi una capacità organizzativa professionale adeguata che attualmente ancora manca.
I professionisti, oltre ad operare al meglio in un mercato sempre più globalizzato , sono chiamati a garantire l'interesse pubblico generale ed i diritti fondamentali dell'uomo che equivale a flessibilità e tutela dei più deboli. La difesa degli interessi corporativi deve lasciare spazio alla garanzia e tutela degli interessi del cittadino, dell'utente e del consumatore.
Il nostro attuale sistema ordinistico sarà quasi sicuramente uno degli ultimi a venire riformato nell'Europa dei 15. Il sistema ha retto egregiamente per oltre settanta anni e probabilmente, se non fosse intervenuto il processo di integrazione europea si sarebbe ulteriormente ritardato di anni il processo di riforma. Al di là di questa affermazione si fa notare che un altro fenomeno, più spontaneo e più sensibile alle richieste del mercato aveva da tempo creato i presupposti per una riforma, anzi a dire il vero l'aveva sotto certi versi addirittura provocata.
Il riferimento è alle Associazioni non regolamentate per le quali il Consiglio nazionale Economia e lavoro sin dai primi anni 90 ha svolto una mirata politica di accompagno e di indirizzo programmatico. Le Associazioni si sono sviluppate e accresciute in un neo professionismo, come modello evolutivo delle professioni ordinistiche, in determinati settori ove i professionisti appartenenti agli Ordini non sono stati in grado e ancora adesso non lo sono, di soddisfare le esigenze del mercato in special modo quello di nicchia, con la capacità di operare in rete in un sistema di servizi integrato.
Il confronto in un ambito di mercato comunitario ed internazionale avviene principalmente in un mercato di prestazioni di servizi ove la presenza delle attività libero professionale è del tipo microdimensionale e riguarda parimenti gli ambiti di un mercato di più complesse in termini di capitali e mezzi. Per entrambe le tipologie abbiano una tutela di interessi che va ben oltre a quelli che sono gli interessi ed i privilegi corporativi.
A livello europeo come anche a livello internazionale c'è ancora una certa difficoltà ad individuare una definizione delle professioni comunemente accettata, a causa della diversa natura giuridica dei vari ordinamenti nazionali e a causa della enorme crescita del settore dei servizi.
C'è stata una crescita e consolidamento di un nuovo professionalismo che ha determinato un elevato numero di figure professionali che hanno già ottenuto legittimazione dal mercato ed ora attendono una legittimazione istituzionale. In ambito comunitario non viene posta distinzione alcuna fra Ordine o Associazione a condizione che entrambi abbiano un riconoscimento dalla Autorità preposta del Paese di origine.
Per quanto riguarda la situazione a livello nazionale le professioni regolamentate necessitano di una, come d'altronde lo prevede la riforma, rivisitazione nel senso di deregolamentare esistenti ordinamenti, mentre alle nuove professioni si deve dare un assetto normativo di garanzia per i professionisti e per gli utenti-consumatori, cioè regolamentandole per quello che è necessario.
L'occasione è propizia per sviluppare, su due binari paralleli ma collegati (Ordini ed Associazioni) un sistema che possa anche rischiare di entrare in concorrenza ma che principalmente serva a far crescere e sviluppare potenzialità in un contesto di organizzazione professionale altamente competitiva, capace di vincere le sfide di un mercato sempre più senza confini.
Un sistema professionale impostato su Ordini ed Associazioni riconosciute si porrebbe in un contesto comunitario ed internazionale in posizione di accertata competività ed il fatto che Ordini ed Associazioni al di fuori delle attività riservate si possano porre in concorrenza può determinare una condizione per far migliorare qualitativamente e anche economicamente le prestazioni con significativi vantaggi per l'utente.
Gianfranco Morocutti


A proposito di "DIAMANTI SINTETICI"

Recentemente molti organi di stampa hanno riportato, con un certo allarmismo, della diffusa presenza nel mercato di diamanti sintetici.
Trattasi di diamanti non naturali che furono prodotti, per la prima volta, a partire dal 1953/54 per scopi scientifici.
Le tecniche da allora si sono poi affinate, tanto da consentire, negli anni '90, la commercializzazione di monocristalli superiori al carato e di qualità gemmologica.
Il Collegio Italiano Gemmologi tiene però a precisare, a scanso di equivoci e per maggior rassicurazione del mercato, che le caratteristiche fisiche dei diamanti sintetici sono nettamente diverse da quelle dei diamanti naturali.
Un gemmologo che sia iscritto al Collegio Italiano Gemmologi, è in grado riconoscere tali caratteristiche peculiari e di determinare con certezza se trattasi di diamante sintetico o naturale.


DIAMANTI: CHI LAVA PIU' BIANCO?

Ecco un titolo accattivante per un convegno che ha proposto gli aggiornamenti tecnici sui trattamenti dei diamanti, soprattutto sulla decolorazione, e che ha aperto un dibattito sull'impatto di questi trattamenti sul mercato. Organizzato da Igi, De Beers, Fiera di Vicenza, con il patrocinio di Federpietre e di Goldmagazine, l'incontro si è svolto domenica 17 settembre presso la sede della Fiera di vicenza. Questi gli interventi in programma:

Loredana Prosperi, Direttore corsi Istituto Gemmologico Italiano -

Trattamento dei diamanti: punto e a capo

Yuri Shelementiev, Responsabile Centro Geologico Università di Mosca -

L'esperienza russa: dal Laser alla decolarazione

Piero De Stefano, Consigliere Federazione Nazionale Dettaglianti Orafi -

In negozio? Sussurri e grida

James Evans Lombe, De Beers -

Conclusioni

Sono stati illustrati i trattamenti di foratura laser, riempimento di fratture affioranti, irraggiamento e successivo riscaldamento, HPHT (alta pressione alta temperatura) ovvero sbiancamento, l'ultimo trattamento dei diamanti messo a punto dalla General Electric. Il problema di questi ultimi diamanti trattati, venduti da Pegasus e certificati GTL GIA, con l'iscrizione laser sulla cintura “GE POL”, è stato discusso a Mosca nel 1999 dalla WFDB (World Federation of Diamond Bourses e da WDC (World Diamond Congress) ad Anversa nel 2000. Il loro riconoscimento in un laboratorio non specializzato è ancora problematico. Tuttavia, si possono esguire alcuni test significativi: osservazione in campo oscurato di pattern tipo tatami, trasparenza ai raggi ultravioletti a onda corta, SSEF di tipo IIa, conducibilità termica elevata, presenza di fratture di contrazione e di zone grafitizzate in superficie, osservazione dell'iscrizione GE POL sulla cintura.

Per informazioni: Igi, viale Gramsci 228, Sesto San Giovanni (MI); tel 02- 2409354

Con un recente dossier, il Gübelin Gem Lab di Lucerna ha reso noto di essere in grado di identificare i diamanti trattati HPHT. Dopo aver condotto ricerche su più di cento diamanti GE POL, il celebre laboratorio gemmologico ha dichiarato di poter riconoscere tali diamanti mediante l'utilizzo della fotoluminescenza Raman con frequency-doubled Argon laser (eccitazione 244 nm), laser elio-cadmio (eccitazione 325 nm) e laser Argon ionico (eccitazione 514 nm), abbinata a catodoluminescenza e topografia a raggi X. Notizie più dettagliate sui metodi utilizzati saranno pubblicate sul prossimo numero di Gems & Gemology.

Inoltre, il Gübelin Gem Lab ha messo a punto una scala di graduazione dei trattamenti dei corindoni, denominata GGL Thermal Enhancement Scale for Corundum, che prevede sei gradi:

TE1 assenza di fessure risanate, presenza di un piccolo numero di fratture con minute goccioline e sottili tuboli;

TE2 fessure risanate costituite da minute goccioline e sottili tuboli;

TE3 presenza di un numero considerevole di fessure risanate, piccoli tuboli e sottili pellicole;

TE4 fessure risanate estese, reti di tuboli e sottili pellicole;

TE5 fessure risanate costituite da goccioline grossolane, rete di tuboli e pellicole sottili, cavità piccole con residui;

TE6 in aggiunta alle caratteristiche precedenti, presenza di grosse cavità riempite con residui.

Per informazioni, contattare:
Gübelin Gem Lab, Maihofstrasse 102, CH-6000 Lucerne 9, Svizzera
Tel 0041-41-4291717; fax 0041-41-4291734

e-mail: gubelinlab@compuserve.com

www.gubelinlab.com

 


Un Nuovo Membro entra nella FEEG

La FEEG - Federation for European Education in Gernmology - e' un'associazione fondata nel 1996 dalle piu' affermate scuole di gemmologia dell'Unfone Europea con lo scopo di fornire una qualifica adeguata e omogenea ai diplomati dei singoli Paesi. Vi partecipano Gran Bretagna, Olanda, Francia, Germania, Italia e Spagna. Nell'assemblea del 29 gennaio scorso, tenuta a Parigi, e' stata accolta la domanda di ammissione della Societe' Belge de Gemmologie, mentre sono in corso le procedure per l'ammissione del Austria.

Vincenzo de Michele


I trattamenti degli smeraldi
di Ilene Reinitz, GTL Research and Development

Gli smeraldi naturali purtroppo presentano spesso numerose fratture. Il riempimento artificiale di queste fratture serve in primo luogo a poterli lavorare come una singola unita' ottica, anche se spesso causa un miglioramento nell’aspetto e nel colore. Pertanto, il trattamento degli smeraldi e' ormai generalmente visto come una "pratica commerciale accettata". Le sostanze utilizzate possono essere: oli, naturali o sintetici; resine animali o vegetali; polimeri; resine epossidiche (araldite). In genere i riempimenti si possono individuare al microscopio in luce riflessa. In particolare, quando l’indice di rifrazione della sostanza e' molto vicino a quello dello smeraldo, si nota un tipico effetto "flash" blu-rosso, da non confondere con l’iridescenza. Tecniche di analisi avanzate, come Raman e FTIR, possono contribuire all’identificazione, ma da sole non sono sufficienti, perche' lo smeraldo e' completamente opaco all’infrarosso in due regioni diagnostiche (sotto i 2000 cm-1 e fra 3100 e 4100 cm-1).

Monocristalli di diamanti sintetici in Russia
di Julia Solodova, GIA Moscow

Gli esperimenti con il metodo BARS, eseguiti a Novosibirsk, avevano prodotto gia' nel 1980 alcuni monocristalli perfetti di diamanti sintetici, aventi dimensioni di 2 mm. In dieci anni le dimensioni raggiunsero gli 8 mm.

Oggi esistono molti centri per la produzione dei diamanti sintetici, due dei quali nella regione di Mosca. Queste le caratteristiche dei cristalli: colore giallo-bruno e massa fino a 4 carati; quelli incolori sono piccoli (massimo 0,33 ct), sono di colore I-J e hanno grado di purezza SI2. Si possono ottenere anche monocristalli "fancy yellow" fino a 2 carati, con grado di purezza VS2.

Il volume totale della produzione raggiunge i 1000 carati al mese.

Il rubino del Kashmir
Un rapporto preliminare sul deposito di Nangimali, Azad Kashmir, Pakistan

di Robert E. Kane, Direttore Laboratorio Gemmologico Gübelin, Svizzera

Il Kashmir e' una regione nota per i giacimenti di zaffiri, considerati i piu' belli del mondo. Ora, pero', possiede anche miniere di rubini. Dopo il rinvenimento di un rubino in un masso marmoreo, si e' lavorato per due estati per individuare il giacimento gemmifero. La zona mineraria e' localizzata a Nangimali, nell’Azad Kashmir, in Pakistan. Si tratta di un territorio scosceso e montagnoso, caratterizzato dall’assenza di vegetazione, inaccessibile a causa della neve da novembre ad aprile. I rubini si trovano in vene di calcite. Le miniere sono due e sono le piu' produttive del mondo: 11 g/ m3 di minerale. Finora sono stati estratti 250 kg di rubini e corindoni rosa.

Le pietre pesano da 1 a 4 carati, sono da semitrasparenti a trasparenti, di colore da rosa a rosso intenso, molto simili ai rubini birmani.Hanno elevato contenuto in cromo e poco ferro.

Inclusioni tipiche: pirite ed ematite. Minerali accessori del giacimento: quarzo, topazio, spessartina, morganite, tormaline.

Le fotografie a 35 mm di pietre e gioielli
di Robert Weldon, GG

Nell’effettuare fotografie di pietre e gioielli, e' bene utilizzare un obiettivo macro con rapporto 1:1, mettere a fuoco a distanza di pochi pollici, servirsi di lenti, filtri, soffietto, cavalletto e diffusori. L’illuminazione puo' essere diretta oppure diffusa, per un migliore equilibrio cromatico. Le pietre fenomeni-che richiedono illuminazione diretta con fibre ottiche, mentre gli opali necessitano di illuminazione trasmessa. L’ambiente deve essere libero da polveri e il soggetto va angolato correttamente per eliminare le aree scure. Gli sfondi sono molto importanti, ma sono una questione di scelta personale